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Quando le lesioni si ripetono

Quando le lesioni si ripetono: il macello aiuta a individuare le criticità croniche

(Prof. Annalisa Scollo, DVM, PhD)

Oltre 339.000 suini analizzati in Italia mostrano come i dati dell’ispezione post mortem possano aiutare a individuare criticità sanitarie ricorrenti e a orientare verifiche mirate in allevamento.

Le lesioni rilevate al macello possono offrire informazioni utili anche dopo che gli animali hanno lasciato l’allevamento. Se raccolti in modo sistematico, questi dati aiutano a riconoscere segnali ricorrenti e a capire dove approfondire: dalla salute respiratoria alla gestione dei parassiti, dal benessere animale alla corretta esecuzione delle iniezioni.

È un approccio che Suivet applica sul campo da molti anni con la punteggiatura polmonare : le lesioni vengono rilevate e valutate in modo strutturato, così da fornire indicazioni utili per interpretare la situazione sanitaria degli allevamenti. Questa esperienza pratica si affianca ai risultati di un recente studio italiano, che amplia lo sguardo a diversi indicatori ricavati dall’ispezione post mortem e ne mostra il possibile impiego nella sorveglianza della salute suina. 

Lo studio è stato pubblicato su Preventive Veterinary Medicine. Primo autore è Marcello Trevisani, del Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie dell’Università di Bologna. Il lavoro è stato realizzato con ricercatori e professionisti di USL Umbria 1, Società Cooperativa Macellatori Perugia, Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, Università di Pretoria e Università di Perugia. Gli autori hanno analizzato i dati raccolti tra il 2017 e il 2022 in un macello dell’Italia centrale.

Un archivio di macellazione trasformato in strumento di sorveglianza

Il gruppo ha esaminato 339.643 suini provenienti da 653 allevamenti in 49 province. Gli animali sono stati distinti in sei categorie: suinetti, suini sottopeso, suini da ingrasso, suini pesanti, scrofette e scrofe. Questa distinzione è importante: accorpare animali in fasi produttive diverse avrebbe potuto nascondere differenze nei profili sanitari.

I ricercatori hanno selezionato sette indicatori — o KPI, Key Performance Indicators — costruiti a partire dalle lesioni e dagli esiti dell’ispezione post mortem:

- carcassa interamente confiscata, indicatore composito che comprende diverse condizioni, tra cui peritonite diffusa, sepsi, pyaemia e ascessi multipli;
- ascessi;
- “white spot” epatiche, associate ad ascaridiosi;
- pericardite;
- polisierosite;
- aderenze pleuriche;
- ascessi al collo, utilizzati come indicatore delle reazioni nei siti di iniezione.

Non sono diagnosi eziologiche: una lesione può avere cause diverse e va interpretata insieme alla storia clinica e gestionale dell’allevamento. Gli indicatori servono a segnalare un profilo che merita attenzione, non a sostituire la visita in azienda.

Perché confrontare allevamenti diversi non basta

La percentuale grezza di lesioni può essere poco stabile, soprattutto quando il numero di animali conferiti da un allevamento è basso. Due o tre casi possono pesare molto in un piccolo lotto, mentre lo stesso numero ha un significato diverso in un gruppo numeroso.

Per gestire questo problema, gli autori hanno applicato un modello bayesiano gerarchico beta-binomiale, che tiene conto della variabilità tra allevamenti e riduce l’effetto dei numeri ridotti. Per ciascun indicatore, l’allevamento è stato confrontato con il 90° percentile della propria categoria produttiva. Il riferimento, quindi, è specifico per indicatore e categoria.

Il modello ha assegnato quattro livelli:

- G1 – criticità cronica: stima dell’allevamento e limite inferiore dell’intervallo di credibilità al 95% sopra il riferimento. È il segnale più solido di un problema ricorrente;
- G2 – criticità frequente: stima sopra il riferimento, ma con un intervallo ancora sovrapposto. Il dato invita ad approfondire, con maggiore incertezza;
- G3 – profilo favorevole rispetto al riferimento;
- G4 – risultato incerto, spesso perché i dati disponibili non consentono una classificazione precisa.

Il 90° percentile è un benchmark relativo alla popolazione studiata, non una soglia normativa o un obiettivo universale. Anche un profilo G3 va letto nel contesto dell’allevamento e del sistema produttivo; un G4 non dimostra che il problema sia assente.

I risultati cambiano con la fase produttiva

Le differenze più evidenti sono emerse tra categorie. La confisca dell’intera carcassa è stata registrata in 32,04 casi ogni 1.000 scrofette, contro 0,76 ogni 1.000 suini pesanti: una frequenza circa 42 volte superiore. Nei suinetti il valore è stato 13,17 per 1.000, mentre nelle scrofe e nei suini sottopeso è stato rispettivamente 6,18 e 7,40.

Le “white spot” epatiche sono state l’alterazione più frequente nelle categorie da ingrasso: 135 casi ogni 1.000 suini da ingrasso, 106 ogni 1.000 suini pesanti e 85 ogni 1.000 suini sottopeso. Lo studio riporta inoltre frequenze elevate nelle scrofette, pari a 108 casi ogni 1.000 animali.

Per la pericardite, i valori più alti sono stati rilevati nei suini pesanti e da ingrasso, con circa 24 casi ogni 1.000. La polisierosite è risultata più frequente nelle categorie giovani e nelle scrofette: 29 casi ogni 1.000 suinetti, 28 nei suini sottopeso e 32 nelle scrofette. Le aderenze pleuriche hanno raggiunto 41 casi ogni 1.000 scrofette.

Anche gli ascessi richiamano l’attenzione sulle categorie riproduttive: il dato è stato di circa 60 casi ogni 1.000 scrofette e 12 nelle scrofe, rispetto a 3 nei suini pesanti. Gli ascessi al collo sono risultati più frequenti nelle scrofe (11 ogni 1.000) e nelle scrofette (7 ogni 1.000) che nei suini da ingrasso.

Dal dato al controllo in allevamento

I risultati non indicano una ricetta unica. Aiutano però a formulare domande concrete e a indirizzare la verifica sul problema segnalato.

Se aumentano le “white spot”, è utile rivedere il piano di controllo degli ascaridi, l’efficacia e la corretta applicazione dei trattamenti, la pulizia e la gestione degli ambienti. Le uova di Ascaris suum possono persistere a lungo nell’ambiente; la presenza di lesioni al macello può indicare un’esposizione avvenuta nelle settimane precedenti, non necessariamente un episodio recente e isolato.

Se ricorrono pericardite, polisierosite o aderenze pleuriche, la segnalazione può orientare una valutazione più ampia della salute respiratoria: ventilazione e qualità dell’aria, densità e condizioni di stabulazione, andamento clinico e protocolli vaccinali. Queste lesioni sono compatibili con diverse condizioni e non identificano da sole un agente patogeno.

Se si osservano ascessi o lesioni traumatiche, occorre verificare dove e quando si originano, controllando ferite, morsicature della coda, arricchimenti ambientali, superfici e gestione dei gruppi. La presenza di ascessi multipli o di lesioni gravi richiede di valutare anche la tempestività degli interventi sugli animali feriti.

Se aumentano gli ascessi al collo, la revisione può concentrarsi sulle procedure d’iniezione: sede e tecnica, scelta e gestione degli aghi, igiene, registrazione dei trattamenti e controlli successivi. Il problema può essere particolarmente rilevante nelle scrofe e nelle scrofette, che ricevono trattamenti ripetuti nel corso della vita produttiva.

Infine, un aumento delle confische totali richiede di esaminare i motivi specifici riportati nel flusso del macello. La categoria è composita: dietro lo stesso esito possono esserci situazioni diverse, come peritonite diffusa, infezioni generalizzate o ascessi multipli.

Il dato diventa utile quando ritorna all’allevamento

Nel complesso, il 16,2% degli allevamenti analizzati ha presentato almeno una classificazione G1; il 3,5% è stato identificato come outlier sistemico, con criticità croniche in almeno due categorie produttive. Le criticità non erano distribuite in modo uniforme: il modello ha permesso di distinguere i segnali ricorrenti da quelli sporadici o poco precisi.

Per l’uso pratico, il passaggio decisivo è costruire un flusso di ritorno tra macello e allevamento: registrare la categoria, il numero di animali ispezionati, il numero e il tipo di lesioni, confrontare i dati nel tempo e discutere con il veterinario gli eventuali approfondimenti. Un singolo risultato, soprattutto se riferito a pochi animali, non basta per concludere che esista un problema cronico.

Lo studio mostra così una possibilità concreta: usare i dati già prodotti durante l’ispezione post mortem per individuare dove concentrare l’attenzione veterinaria e quali aspetti gestionali verificare per primi. Il valore del dato cresce quando è specifico per fase produttiva, accompagnato dal denominatore e restituito in una forma comprensibile a chi può intervenire in allevamento.

Riferimento: Trevisani M. et al. “A Bayesian hierarchical approach to identify chronic health management failures in swine holdings: Evidence from a medium-throughput Italian slaughterhouse”. Preventive Veterinary Medicine, 256 (2026), 107007.