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Suinicoltura + Suinicultura

La settimana scorsa ho avuto modo di vistare una scrofaia che si autoproduce i mangimi per tutte le fasi; entrando in mangimificio ho avuto modo di notare come, pur essendo una struttura destinata esclusivamente all’autoconsumo e non alla commercializzazione, era dotata di tutta una serie di impianti produttivi veramente all’avanguardia. Ciò però che ha attirato maggiormente la mia attenzione è stato un impianto di setacciamento direttamente collegato allo scarico dei cereali, dove le materie prime sono obbligate a transitare prima dello stoccaggio in silos: al mio commento positivo sul macchinario adibito a questa finalità, il proprietario mi ha fatto notare come questa procedura applicata a tutti gli scarichi delle granaglie non solo assicuri un prodotto pulito ed atto a svolgere molto meglio le proprie funzioni nutrizionali, ma etichetti in modo inequivocabile la correttezza dei fornitori, in base a quanta sporcizia in un autotreno di mais od orzo viene ad essere asportata dopo la vagliatura (mezza carriola, una, due o più...) Ecco, parto proprio da questo concetto per introdurre l’argomento della qualità delle materie prime, ed in particolare degli alimenti che vengono utilizzati per la produzione dei mangimi sottoscrofa, prestarter o starter: mi riferisco a questi alimenti in particolare in quanto il suinetto è ancora più sensibile alle variazioni qualitative dei componenti dei mangimi, e forse ha senso l’assioma per cui i mangimifici commerciali, seguendo determinate linee guida e percorsi specifici di valutazione a partire dall’acquisto di materie prime per arrivare alle tecniche produttive fino alla determinazione qualitativa del prodotto finito, hanno maggiori chances di raggiungere i corretti standard di produzione di mangimi completi per suinetti rispetto ad un auto produttore (a meno che l’autoproduttore non utilizzi mangimi complementari ad inclusione abbastanza elevata o segua procedure standardizzate per la valutazione della qualità dei componenti). Mi sembra inoltre corretto sottolineare che un mangime per suinetti correttamente formulato ma soprattutto sanitariamente e qualitativamente controllato avrà in linea di massima meno necessità di dover essere veicolo di antimicrobici, che a loro volta, in certi casi, sono giustificati esclusivamente per sopperire a mancanze qualitative di base dei mangimi stessi, spesso anche fino oltre i 100 giorni di vita.

Tutti i produttori di mangimi completi e complementari , per legge, sono tenuti ad avere un manuale di autocontrollo che prende in considerazione il diagramma di flusso, la misura del rischio con sua probabilità o gravità ed un piano HACCP: permettetemi, questo manuale (parlo soprattutto ai produttori per autoconsumo) non va fatto per compiacere i controllori della ASL ma deve diventare uno strumento dinamico per individuare i rischi potenziali, aggiornando le procedure ed intensificando quando necessario alcuni controlli nel caso si verifichino a valle problemi di qualità. In particolare chi si occupa di mangimi per suinetti dovrebbe costantemente monitorare alcuni indici analitici ed addirittura abbassare il limite soglia di accettabilità di alcune materie prime, che magari quando non perfette disturbano parzialmente o poco animali adulti ma che in caso di somministrazione ad animali giovani possono avere conseguenze molto pesanti. Prima di identificare le criticità voglio ricordare che una analisi sensoriale allo scarico (visuale ed olfattiva) fornisce immediatamente un primo segnale di accettabilità o meno di quanto all’acquisto.

Cereali e cruscami: umidità ed acqua libera innanzitutto, poi sempre analisi chimica standard: in questo caso i NIR ci sono di grande aiuto per velocità di risposta e precisione di dati. Un occhio particolare alle ceneri (se ricordate la chiacchiera del mese scorso...), normalmente non superiori al 2% per l’orzo, l’1,5% per il mais e l’1,2% per il frumento. Per le impurità totali il massimo consentito sarà lo 0,5% (ecco il setaccio dell’allevamento veneto citato sopra!). Meglio produttori locali, conosciuti, o acquisti fatti in base ad accordi di qualità standard ben precisi presi col fornitore. Per le micotossine il livello di guardia sarà di 2000 ppb per il DON e 500 ppb per lo Zearalenone. Non tralasciamo i controlli sui pesticidi!

Proteici: naturalmente le proteine sono il primo test NIR da effettuare, perché quando i valori si distanziano significativamente dall’atteso si deve mettere mano ad un cambio di formulazione. Sappiamo di partite contaminate da Salmonella durante il trasporto, per cui saltuariamente una Mc Conkey non è da escludere. I fattori antinutrizionali (ANF) contenuti nella farina di estrazione di soia sono ben noti (parliamo di TIA o inibitori della tripsina, lectine e b-conglicinina) per cui il test della ureasi va eseguito sempre: della lisina reattiva, nuova frontiera per la qualificazione del prodotto, ne ho già parlato precedentemente in un altro articolo. Per il plasma controllare le ceneri e l’ azoto non proteico, per il pesce le amine biogene (la loro assenza è indice di freschezza di prodotto), ceneri e qualità dei grassi.

Prodotti lattiero caseari: il sapore prima di tutto! (banale ma efficiente per definire la bontà della materia prima…) poi igroscopicità (100 grammi di prodotto a 40 gradi ed umidità relativa dell’85% per un ora), Ph, NIR per i classici valori più il dato di lattosio. Per i “palati più fini” si può fare anche il controllo delle immunoglobuline del WPC, consigliabile anche per il plasma suino.

Oli e grassi: rancidità ed indice di perossidazione, acqua. Un discorso a parte per i PCB e le Diossine: abbiamo già subito allarmi di questo tipo con conseguenze diverse…si tratta di una roulette russa, un evento fortunatamente infrequente ma di grande impatto mediatico quando si realizza. Analisi a campione, certo, ma soprattutto in questo caso fanno fede i contratti con fornitori certificati sottolineando nell’accordo assenza o limiti ben precisi di questi contaminanti.

Minerali: Fosforo per i fosfati (non è infrequente trovare un livello più basso del dichiarato), metalli pesanti.

Prodotti finiti: test di omogeneità all’inizio, a metà ed alla fine della miscelazione tramite un tracciante per verificare sia la capacità di miscelazione corretta dell’impianto che un controllo di compatibilità delle materie prime componenti l’alimento finito (ricordo ad esempio che gli acidificanti a contatto con i sieri reagiscono producendo mini palline di un composto che rende totalmente inutilizzabile l’acido per le proprie funzioni).

Certamente non si tratta di un elenco esaustivo, ma le attività viste sopra quando effettuate con regolarità possono mettere abbastanza al sicuro il produttore di mangimi garantendo ottimi risultati in allevamento.

Posted by Dott. Roberto Bardini 04/05/2017