(dott. Annalisa Scollo)
Quante volte ci siamo sentiti dire che i giovani non hanno più voglia di lavorare? E quante volte, invece, ci siamo chiesti se siamo noi ad aver costruito una professione che rischia di non essere più sostenibile?
È da questa domanda che è nata la riflessione presentata al 51° Meeting SIPAS.
Per una volta non abbiamo parlato di biosicurezza, di vaccini o di performance produttive. Abbiamo parlato di noi. Del nostro lavoro, di come è cambiato negli ultimi trent'anni e di come stanno cambiando le persone che lo scelgono.
Perché la suiatria sta vivendo un passaggio generazionale importante. E forse il punto non è capire se una generazione sia migliore dell'altra, ma comprendere come sta cambiando il modo di intendere la professione.
Un mestiere che è cambiato molto più di quanto pensiamo
Negli anni Novanta il veterinario suinicolo era, prima di tutto, il veterinario dell'allevamento. La sua giornata era fatta di visite, emergenze, consulenze, presenza costante sul territorio.
Oggi il lavoro è molto più complesso.
Alla competenza sanitaria si sono aggiunti adempimenti normativi, gestione del farmaco, biosicurezza, benessere animale, tracciabilità, formazione del personale, raccolta e interpretazione dei dati, rapporti con clienti sempre più strutturati e una pressione sociale crescente nei confronti della produzione animale.
Nel frattempo, è cambiato anche chi questo lavoro lo svolge.
I cosiddetti "nativi digitali o gen-Z" sono cresciuti con strumenti, aspettative e priorità diverse. Cercano autonomia, flessibilità e un maggiore equilibrio tra lavoro e vita privata. Non significa essere meno motivati. Significa attribuire un valore diverso al tempo e al benessere personale.
Ed è proprio qui che nasce il confronto tra generazioni.
Quando ascolti i veterinari, le differenze si riducono
Nel corso del lavoro sono stati raccolti i contributi di 87 veterinari appartenenti a realtà professionali differenti. Dalle loro testimonianze emergono sfumature diverse, ma anche un elemento sorprendente: quando si parla delle difficoltà quotidiane, l'età conta molto meno di quanto si immagini.
Le criticità che emergono sono praticamente le stesse per tutti.
La prima è la burocrazia.
Molti colleghi raccontano di avere scelto questo lavoro per stare negli allevamenti, osservare gli animali, confrontarsi con gli allevatori. E invece una parte sempre maggiore della giornata viene assorbita da registri, documentazione e procedure amministrative.
Non è tanto la quantità di carta a pesare, quanto la sensazione di allontanarsi da ciò che dà significato alla professione.
Il peso invisibile della responsabilità
Accanto alla burocrazia emerge un altro tema: la responsabilità.
Oggi il veterinario è chiamato a garantire biosicurezza, uso corretto del farmaco, benessere animale, rispetto delle normative e supporto gestionale all'allevatore. Anche quando la responsabilità formale non è sua, molti raccontano di sentirne comunque il peso.
È una responsabilità che spesso prosegue oltre l'orario di lavoro.
Il telefono che squilla la sera, il dubbio di non aver detto abbastanza, la sensazione di dover essere sempre disponibili sono aspetti che accomunano professionisti con molti anni di esperienza e colleghi appena entrati nel settore.
Il vero cambiamento riguarda il concetto di sostenibilità
Forse la differenza più evidente tra generazioni riguarda il modo in cui viene interpretato il sacrificio.
Per molti professionisti più esperti, lavorare dodici ore al giorno è stato a lungo considerato parte integrante della professione.
I colleghi più giovani non mettono in discussione l'impegno richiesto dal lavoro. Si chiedono però se quel modello possa essere mantenuto per quarant'anni senza compromettere la propria vita personale.
È una domanda legittima.
Ed è una domanda che, probabilmente, dovremmo iniziare a porci tutti.
Anche la società è cambiata
A rendere ancora più complesso il quadro c'è il cambiamento della percezione pubblica della zootecnia.
Il veterinario suinicolo si trova oggi a operare in un contesto nel quale il dibattito sul benessere animale è sempre più acceso e il confronto con posizioni animaliste o vegane è ormai frequente.
Non si tratta semplicemente di spiegare dati scientifici.
Molto spesso significa confrontarsi con sistemi di valori differenti, nei quali la scienza rappresenta soltanto una parte della discussione.
Sappiamo curare gli animali. Ma siamo preparati a tutto il resto?
Uno degli spunti più interessanti emersi durante il confronto riguarda la formazione.
La maggior parte dei veterinari riconosce di aver ricevuto un'eccellente preparazione clinica e sanitaria. Molto meno, però, su aspetti che oggi occupano una parte consistente della professione: gestione del personale, economia aziendale, leadership, organizzazione del lavoro, interpretazione dei dati e comunicazione con il cliente.
È un paradosso.
Più la professione evolve verso un ruolo consulenziale e manageriale, più ci accorgiamo di essere stati formati quasi esclusivamente come clinici.
Una riflessione che riguarda tutti
Questa riflessione non vuole stabilire chi abbia ragione tra giovani e meno giovani.
Vuole piuttosto porre una domanda.
Se continuiamo a organizzare il lavoro come abbiamo sempre fatto, riusciremo ancora ad attrarre nuovi veterinari verso la suiatria?
Oppure rischiamo di perdere professionalità preziose perché il modello organizzativo non è più compatibile con le aspettative delle nuove generazioni?
Il futuro della suiatria passa anche da qui
Parlare di benessere professionale non significa lavorare meno.
Significa lavorare meglio.
Vuol dire ripensare la formazione, affiancando alle competenze sanitarie quelle gestionali. Significa distribuire meglio responsabilità e carichi di lavoro. Significa costruire organizzazioni capaci di valorizzare le persone, evitando che la passione si trasformi in logoramento.
La suiatria italiana ha dimostrato negli anni una straordinaria capacità di innovare sul piano tecnico e scientifico.
La sfida dei prossimi anni sarà probabilmente diversa: innovare il modo in cui viviamo la nostra professione.
Perché il futuro della suiatria non dipenderà soltanto dalle nuove tecnologie o dalle nuove conoscenze. Dipenderà anche dalla nostra capacità di fare in modo che chi sceglie questo mestiere possa continuare ad amarlo, anche dopo molti anni.