Annalisa Scollo, DVM, PhD, Dipl. ECPHM, prof. UniTO
Alice Perrucci, DVM, PhD Candidate
C'è un elemento della filiera suinicola che vediamo ogni giorno, ma che raramente consideriamo fino in fondo: il camion.
Eppure è proprio lì, sulla strada, che si crea una delle connessioni più strette — e più rischiose — tra allevamenti diversi. Ogni trasporto mette in relazione realtà sanitarie differenti, spesso anche molto distanti tra loro. E ciò che si muove non sono solo gli animali.
Ruote, rampe, sottoscocca, superfici interne, attrezzature, stivali. Tutto entra in contatto con materiale biologico e può trasformarsi in un veicolo di contaminazione. In un sistema ad alta densità come quello suinicolo europeo, questo significa una cosa sola: il rischio viaggia.
In un contesto segnato dalla pressione della Peste Suina Africana, questo passaggio non è più marginale. È uno dei punti in cui la biosicurezza si gioca davvero.
La norma c’è. La differenza la fa l’applicazione
La pulizia e disinfezione dei mezzi è un obbligo normativo. La legge (Regolamento UE 2020/687 ) è chiara nel riconoscerne il ruolo strategico, ma come spesso accade, il passaggio dalla norma alla pratica introduce variabilità.
Sul campo si osservano approcci molto diversi: tempi stretti, priorità operative, abitudini consolidate. Tutti elementi che influenzano il modo in cui le procedure vengono eseguite.
Il risultato è che due camion, entrambi “puliti”, possono avere livelli di rischio completamente diversi.
E la differenza non sta nella buona volontà. Sta nel metodo.
Pulire non basta: serve una sequenza corretta
Uno degli errori più frequenti è considerare la pulizia e disinfezione come un’unica operazione. In realtà, si tratta di un processo a fasi, dove ogni passaggio prepara il successivo.
Si parte sempre dalla rimozione dello sporco grossolano, meglio se a secco. È una fase spesso sottovalutata, ma fondamentale: eliminare il materiale organico riduce drasticamente la contaminazione iniziale e rende efficaci i passaggi successivi.
Segue il pre-lavaggio con acqua a bassa pressione, che consente di allontanare lo sporco senza disperderlo. L’alta pressione, se usata troppo presto, tende invece a redistribuire il materiale all’interno del mezzo.
Il cuore della pulizia è il lavaggio con detergente, preferibilmente in schiuma. Qui entrano in gioco aspetti spesso trascurati: copertura uniforme, tempo di contatto, attenzione visiva dell’operatore. La schiuma non serve solo a “vedere dove si è passati”, ma a mantenere il prodotto attivo più a lungo e a migliorare la rimozione dello sporco.
Dopo il risciacquo accurato, che elimina ogni residuo, si arriva finalmente alla disinfezione.
Ed è qui che si gioca la partita.
La disinfezione: dove si fa davvero la differenza
Una disinfezione efficace non è automatica. Dipende da tre elementi chiave: copertura, concentrazione e tempo di contatto.
Il prodotto deve raggiungere tutte le superfici, anche quelle meno accessibili. Deve essere preparato correttamente. E deve avere il tempo di agire.
Se uno di questi elementi manca, l’efficacia si riduce drasticamente.
È per questo che la disinfezione non può essere vista come un passaggio “finale”, ma come il risultato di tutto ciò che è stato fatto prima.
I punti critici: dove si annida il rischio
Non tutte le aree del camion hanno lo stesso importanta: alcuni punti risultano sistematicamente più difficili da pulire:
- giunzioni tra pavimento e pareti
- cerniere e parti mobili
- griglie di ventilazione
- rampe e parti inferiori

E poi c’è un’area che emerge con forza: il vano portastivali.
Il vano portastivali: il punto più sottovalutato
C’è un’area del camion che, più di altre, concentra il rischio ma sfugge all’attenzione: il vano portastivali. Gli stivali entrano in contatto diretto con ambienti diversi e diventano facilmente un vettore di contaminazione. Se questo comparto non viene gestito con lo stesso rigore del resto del mezzo, si trasforma in un vero “serbatoio nascosto”.

I dati sono chiari: è spesso l’area più contaminata e quella in cui la pulizia e disinfezione risultano meno efficaci. Il motivo? È percepita come marginale, e quindi trascurata.
Il cambio di approccio è semplice ma decisivo: trattare il vano portastivali come una sezione indipendente, rimuovendo e sanificando separatamente stivali e attrezzature. Perché da qui la contaminazione può facilmente passare alla cabina e poi ad altri allevamenti.
Dalla pratica alla standardizzazione
Proprio per ridurre questa variabilità, un gruppo di lavoro italiano — Dipartimento di Scienze Veterinarie - Università di Torino, Istituto Zooprofilattico del Piemonte Liguria e Valle d’Aosta, Struttura srl— ha sviluppato e testato un protocollo standardizzato di pulizia e disinfezione .
Il protocollo è stato applicato su camion reali e confrontato con mezzi gestiti senza linee guida strutturate, utilizzando valutazioni visive, test ATP e analisi microbiologiche.
I risultati sono chiari: migliore livello di pulizia e maggiore riduzione della carica batterica nei camion che seguivano una procedura standardizzata.
Un dato particolarmente interessante riguarda proprio la variabilità: dove è presente un protocollo, le differenze tra le diverse aree del camion si riducono. Dove manca, emergono zone sistematicamente trascurate.
Il messaggio finale: la biosicurezza è nei dettagli
La biosicurezza non è fatta solo di grandi investimenti o scelte strutturali. si costruisce nei gesti quotidiani, nelle sequenze corrette, nell’attenzione ai dettagli.
Il camion è uno di questi dettagli.
E può essere, allo stesso tempo, un rischio o una barriera.
Dipende da come lo gestiamo.
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Studio condotto nel contesto del progetto di filiera ABC4 Suini Pink Valley (Contratto di Filiera DM n. 0673777 del 22/12/2021, V Avviso n. 0182458 del 22/04/2022 e s.m.).
Gli autori ringraziano Chemifarma S.p.A. per il supporto.