Pratiche strategiche per split-suckling e ottimizzazione delle mammelle

Nel corso di un webinar oltreoceano, la neodottorata Abigail Jenkins, oggi direttrice della nutrizione presso Tosh Family Farms (Tennessee), ha illustrato una panoramica completa e aggiornata sulle strategie pratiche di split-suckling e teat optimization (ottimizzazione dei capezzoli). Il filo conduttore dell’intervento è chiaro: con l’aumento costante dei nati vivi negli ultimi vent’anni – circa quattro suinetti in più per parto – gli allevamenti devono adottare tecniche sempre più precise per garantire l’ingestione ottimale di colostro e la massima sopravvivenza neonatale.

 

Colostro: il limite fisiologico e le conseguenze sulla mortalità

Jenkins ha ricordato che, nonostante la crescita dei nati vivi, la scrofa non aumenta la produzione totale di colostro. Per questo motivo, nelle linee guida consolidate, ogni suinetto dovrebbe assumere 200–250 g di colostro nelle prime 24 ore per garantire sopravvivenza e buone performance in lattazione.

Nei parti con meno di 11 nati vivi, circa l’8% dei suinetti non raggiunge questa soglia, mentre nelle nidiate più numerose — oltre 18 nati vivi — la quota sale al 20%. I rischi sono noti: oltre al ruolo immunitario, il colostro fornisce energia indispensabile alla termoregolazione e alla capacità di muoversi evitando lo schiacciamento, principale causa di mortalità nelle prime 72 ore.

L’impatto non si limita alla fase pre-svezzamento: un’assunzione insufficiente compromette anche lo sviluppo riproduttivo futuro, sia nelle scrofette (pubertà ritardata, minore produttività in più lattazioni) sia nei verri (minor numero di spermatozoi per eiaculato).

 

Split-suckling: una pratica diffusa, ma con risultati incoerenti

Per aumentare l’assunzione di colostro dei suinetti più deboli, l’industria utilizza spesso lo split-suckling, ovvero la rimozione temporanea di parte della figliata per favorire il gruppo rimanente. Tuttavia, come sottolinea Jenkins, protocolli e risultati sono altamente variabili. Negli ultimi 24 anni la letteratura scientifica conta solo sette studi, tutti con differenze notevoli su criteri di selezione dei suinetti, durata, numero di gruppi ed età al trattamento.

Gli esiti sulla mortalità pre-svezzamento mostrano un quadro incoerente:

Hooser et al. (2015): miglior sopravvivenza nei suinetti piccoli se i suinetti da rimuovere sono scelti in base al peso; nessun effetto nei suinetti normali o grandi.
Mandalay (2020): nessun effetto significativo, ma tendenza a una maggiore mortalità nei gruppi trattati.
Romero et al. (2023): mortalità invariata fino al giorno 6, ma maggiore mortalità fino allo svezzamento nei gruppi split-suckled.
Anche le performance di crescita pre-svezzamento sono incoerenti: da una maggiore uniformità (Donovan e Dreats) a un peggioramento nelle classi di peso intermedie (Mandalay 2020).

Per chiarire il quadro, Kansas State University ha condotto un ampio studio su oltre 1.500 scrofe, valutando tre protocolli di split-suckling. I risultati? Nessuna differenza significativa né in mortalità pre-svezzamento né in peso allo svezzamento, né successivamente in accrescimento o mortalità in svezzamento e ingrasso. Anche suddividendo i suinetti per classe di peso alla nascita, l’effetto rimane nullo.

Da qui il dubbio sollevato da Jenkins: lo split-suckling vale davvero il tempo speso, e soprattutto può far più male che bene? Errori pratici — tempi prolungati, scarsa disinfezione, rimozione dei suinetti sbagliati — possono infatti amplificarne i rischi.

Interventi alternativi più efficaci

Jenkins ha insistito sulla necessità di concentrare gli sforzi in aree più impattanti:

Pre-parto: controllo attivo di consumo di acqua e mangime, specie nelle primipare; verifica della locomozione.
Durante il parto: assistenza al parto per ridurre la durata e l’ipossia neonatale; asciugatura rapida dei suinetti; addestramento degli operatori al corretto posizionamento in mammella.
Post-parto: rilevazione sistematica della temperatura delle scrofe a 24 ore, monitoraggio ingestione, identificazione precoce dei suinetti in difficoltà.


Ottimizzazione dei capezzoli: il vero collo di bottiglia

Il secondo tema trattato riguarda la discrepanza crescente tra nati vivi e numero di capezzoli funzionali. In media, oggi la scrofa dispone di 13,9 capezzoli funzionali, contro una media nazionale di 14,2 suinetti nati vivi e oltre 15,5 nelle aziende del top 10%.

Per questo diventa cruciale distinguere chiaramente capezzoli funzionali e non funzionali (ciechi, retro-posteriori, edematosi o non produttivi), e formare adeguatamente il personale.

 
Affidarsi alle balie o aumentare i suinetti per scrofa?

Il ricorso alle balie presenta limiti strutturali: nessun accesso a colostro addizionale per i suinetti spostati, maggiore rischio sanitario e necessità di lasciare gabbie libere riducendo il target di fecondazioni.

La domanda diventa quindi: cosa accade quando si caricano le scrofe oltre il numero di capezzoli funzionali? Negli ultimi anni gli studi concordano nel mostrare che, comunque, l’aumento dei suinetti svezzati è reale. Le differenze emergono invece su mortalità e peso allo svezzamento, spesso con esiti discordanti.

Per fare chiarezza, anche su questo tema Kansas State ha realizzato uno studio commerciale su oltre 1.000 figliate. I risultati presentati da Jenkins sono particolarmente dettagliati.

 
Pigs-on-teats: risultati del maxi-trial

I gruppi sperimentali prevedevano scrofe caricate a:

  • –1 suinetto rispetto ai capezzoli funzionali
  •  0 (pari al numero di capezzoli)
  • +1 suinetto rispetto ai capezzoli funzionali
  • +2 suinetti rispetto ai capezzoli funzionali


Ecco i principali esiti:

Rimozioni e mortalità (giorno 2–svezzamento): aumentano linearmente con il crescere dei suinetti, ma a tasso decrescente, indicando che l’impatto negativo non cresce in modo proporzionale all’aumento dei suinetti.
Numero di suinetti svezzati: cresce linearmente; le scrofe +2 svezzano in media 1,5 suinetti in più rispetto alle –1.
Peso allo svezzamento: diminuisce con l’aumentare dei suinetti, ma resta comunque oltre 6,1 kg (13 lb) in tutti i gruppi.
Distribuzione dei pesi: nessun aumento dei suinetti estremamente leggeri (<10 lb) nei gruppi più caricati.
Utilizzo del capezzolo: le scrofe +2 risultano quelle che meglio sfruttano l’intera mammella; il gruppo –1 è quello che più spesso svezza con 3 capezzoli o più inutilizzati.
Performance riproduttive successive: nessuna differenza rilevata per tasso di fecondazione o ritorno in estro; sorprendentemente, le scrofe +2 mostrano 1,2 nati vivi in più alla lattazione successiva rispetto alle –1.


Il ruolo delle “negative nurse sows

Una sezione particolarmente interessante dell’intervento riguarda l’analisi del fabbisogno di balie per 250 parti, in funzione della strategia di carico. Con i valori medi aziendali (14,7 capezzoli funzionali e 15,1 nati vivi), Jenkins mostra che:

1) Caricando le scrofe a –1 servirebbero 24 balie.
2) A livello “teat count” ne servirebbero 7.
3) A +1 o +2 il numero diventa negativo: emergono le cosiddette “negative nurse sows”, scrofe alle quali vengono tolti tutti i suinetti propri per sostenere scrofe vicine sovraccaricate.

Queste scrofe “liberate” possono essere impiegate per obiettivi strategici:

1. Balie dei piccoli
Lattiere di suinetti molto piccoli ma vitali (1,4–2,0 lb), affidate a scrofe giovani (parità 2–3), in buona condizione e con capezzoli piccoli ma funzionali. Consentono maggiore cura e minore competizione, migliorando la sopravvivenza dei “light but viable”.

2. Balie dei recuperi
Figliate composte da suinetti identificati precocemente come arretrati (giorno 3–6). Le scrofe appena partorite sono ideali perché producono ancora colostro o latte di transizione — più ricco di energia — e permettono poppate più frequenti, accelerando il recupero.

 
Conclusioni operative

Jenkins ha chiuso il webinar con una sintesi chiara: la strategia ottimale dipende dalla priorità aziendale.

- Per massimizzare la crescita individuale e limitare il calo di peso della scrofa, è preferibile caricare a –1.
- Per massimizzare i suinetti svezzati, la resa del sistema e l’uso dei capezzoli, la scelta migliore è +2.


Qualunque sia il metodo, alcuni elementi risultano imprescindibili:

- Scrofe in ingresso in buona condizione corporea
- Team coeso e attento alle procedure
- Proattività, soprattutto nell’individuare i suinetti in difficoltà entro i primi giorni

Un messaggio finale molto netto accompagna la chiusura: nell’allevamento moderno, con figliate sempre più numerose, la gestione precoce e accurata dei suinetti e il corretto utilizzo della mammella non sono più opzioni: sono strumenti decisivi per la sopravvivenza e la produttività del sistema.

 
Webinar completo: https://www.youtube.com/watch?v=nPcS8Mp1Twk